faenza

Faventia, la città delle ceramiche

Faenza è collocata sull’asse della Via Emilia all’incrocio con l’antichissima via che congiunge il porto di Ravenna con la Toscana e il mar Tirreno e questa posizione le ha consentito, nei secoli, di allacciare rapporti non solo con le altre città romagnole e con il mare Adriatico, ma anche con Firenze e con l’area toscana.
All’influenza di Ravenna, che può ritenersi conclusa nel periodo altomedievale, seguì infatti un periodo di stretti rapporti e scambi culturali con Firenze, che raggiunse il culmine durante i secoli della signoria manfrediana; nel XVIII sec. infine la città acquistò una identità ed una autonomia culturale tale da diventare un centro predominante nella Romagna.

La storia urbanistica di Faenza, analogamente a quella di molte altre città emiliano-romagnole, si snoda attraverso un continuo processo di rigenerazione dell’originaria struttura romana, che, pur venendo in alcuni casi fortemente intaccata, riesce tuttavia a sopravvivere nell’impianto geometrico della città.

La storia

La Faventia romana sorse nell’ultimo quarto del li secolo a.C. in un sito abitato sin dalla preistoria, ma è forse solo in seguito alla costruzione della Via Emilia (187 a.C.) che si puo’ far risalire la fondazione della città. Con la fondazione di Faventia iniziò anche la centuriazione del territorio agricolo specialmente ad oriente della Via Emilia, che divenne così perno del territorio urbano e rurale.
La struttura urbanistica romana ci è stata tramandata nella quasi totalità dalla città medioevale e gli scavi hanno confermato che le strade attuali più importanti insistono sui decumani e sui cardini romani. l dati archeologici attestano che il periodo del massimo sviluppo della città corrispose al primo e al secondo secolo d.C., il periodo cioè dei provvedimenti imperiali a favore dell’agricoltura che resero possibile l’edificazione di molte villae nella campagna circostante e di ricche domus a Faenza. Tra le attività di tipo industriale di questo periodo vanno annoverate le lavorazioni della ceramica, dei laterizi e del lino.
Dal secondo secolo d.C iniziò una fase di indebolimento della città, dovuta alla crisi generale dell’impero, ma la vicinanza del porto di Classe e di Ravenna contribuì a ridurre tale fenomeno. Il porto di Classe infatti richiedeva continuamente all’entroterra massicci approvvigionamenti alimentari e legname per i cantieri navali: iniziò così il disboscamento dell’Appennino e in particolare della valle del Lamone, percorsa dalla principale strada di comunicazione tra Ravenna e la regione etrusca. La crisi della città culminò nel periodo bizantino, quando essa si ridusse a ininfluente centro periferico della Ravenna esarcale.
Le uniche testimonianze dell’arte di questi secoli sono la chiesa di S. Maria ad Nives (S. Maria Vecchia), la più antica basilica cristiana cittadina, eretta extra moenia nel VI-VII secolo a sud della via Emilia e la cripta della chiesa di SS. lppolito e Lorenzodel VII-XII secolo.
Solo verso la fine dell’VIII secolo la città tornò a riconsolidarsi entro una cerchia fortificata – invariata fino al XIII secolo – ed eresse, nell’area centrale, la Pieve di San Pietro. Nel X secolo fu elevato a fianco della Basilica di S. Maria ad Nives il grandioso campanile ottagonale. A partire dall’XI secolo si moltiplicarono le parrocchie urbane e si formò, oltre il Lamone, il primo nucleo del Borgo Durbecco.
Il primo significativo ampliamento della cerchia urbana avvenne ai primi del XIII secolo nella zona delle attuali Via Fiera e Via Pascoli e tra questa e i canali che la circondavano si insediarono molte comunità religiose che edificarono queste zone suburbane; ma l’assedio di Federico II del 1240 provocò lo smantellamento delle mura e l’edificazione della rocca di Via Bondiolo.
Solo verso la metà del secolo si poté dare inizio a nuovi lavori: l’edilizia religiosa vide il compimento di San BartolomeoSan Giacomo della Penna, della Chiesa di S. Maria MaddalenaCommenda (ancora esistenti) e di molte altre chiese andate perdute. Rimangono inoltre i resti del chiostro del Monastero di San Giovanni Battista ed alcuni archi ogivali nelle chiese di S. Francesco e di S. Agostino, caratterizzati da un gusto arcaico della lavorazione del cotto. L’edilizia civile conobbe il rafforzamento della linea difensiva e un imponente sviluppo nell’area centrale.
Qui furono costruiti il Palazzo del Podestà e il Palazzo del Popolo, destinato a divenire sede della signoria manfrediana, che con il Duomo e l’Episcopio cominciarono a definire la piazza nelle sue forme odierne.
Francesco Manfredi, diventato signore di Faenza (1313), contribuì al compimento del ponte delle Torri (tra la città
e il Borgo Durbecco, distrutto da una piena del fiume Lamone nel 1842), che forse era il più singolare monumento urbano della Faenza medioevale, alla fondazione della Zecca, al compimento della chiesa dei Servi e alla costruzione di un torrione dove doveva poi sorgere la Torre dell’Orologio.
Contemporaneamente alla distruzione della rocca federiciana, nel 1373 fu portata a termine la costruzione dell’imponente rocca voluta dal Cardinale Egidio d’Aibornoz, sull’area oggi occupata dall’Ospedale per gli Infermi.
L’area centrale fu nuovamente oggetto di modifiche da parte di Astorgio I Manfredi, che fece costruire, tra il 1392 e il 1395, su tutto il fronte del Palazzo della Signoria, un portico con colonne lapidee che si estendeva dalla Via Emilia fino al Voltone della Molinella.
Dopo il 1455, con le signorie di Astorgio Il e Carlo Il Manfredi, la città conobbe un periodo di grande stabilità politica e di intensa attività edilizia, che aiutarono ad instaurare stretti legami col mondo culturale e artistico di Firenze. Con Astorgio II iniziò anche la grande stagione umanistica faentina, caratterizzata da un grande processo di acculturazione, mediata dalla famiglia Medici, che vide operanti a Faenza Giuliano e Benedetto da Maiano e Biagio d’Antonio da Firenze; si lavorò per la costituzione della Libreria Manfrediana, l’acquisto di opere donatellesche, di Rossellino e di Andrea e Luca della Robbia.
Carlo II progettò un piano di rinnovamento urbano del centro cittadino ispirato al modello albertiano, prevedendo la regolarizzazione dei quattro corsi e la ristrutturazione della piazza secondo il modello vitruviano di piazza porticata more romano. Il Duomo fu costruito su progetto di Giuliano da Maiano a partire dal 1474, grazie all’interessamento del Vescovo Federico, fratello di Carlo che unitamente a S. Stefano Vetere (a pianta centrale), alla cerchia muraria e all’abbellimento sul fronte del giardino del Palazzo della Signoria, costituisce una delle maggiori testimonianze rinascimentali a Faenza.
Il secolo XVI si aprì con l’assedio alla città posto da Cesare Borgia, sintomo di una grossa crisi nell’autonomia locale. Una breve ripresa, anche edilizia, si registrò con l’amministrazione veneziana, che consentì di rimettere mano ai lavori della cattedrale: nel 1509 però la città venne definitivamente incorporata nello Stato della Chiesa dove rimase ininterrottamente fino al 1797.
Nel primo quarto del XVII secolo furono costruiti il Loggiato degli Orefici di fronte alla Cattedrale, la Fontana Pubblica, la Torre dell’Orologio e fu completato il loggiato occidentale della piazza maggiore. Nel 1621 si iniziò la fabbrica della chiesa di S. Maria Nuova, progettata dall’architetto romano Girolamo Rainaldi, in cui la famiglia Spada fece collocare l’altare maggiore, opera comune di Virgilio Spada e Francesco Borromini e tra i primi esempi del nuovo linguaggio barocco locale. Nella seconda metà del secolo furono radicalmente ristrutturate molte chiese e furono iniziati alcuni corpi di edifici civili di proprietà aristocratica (palazzo Mazzolani e palazzo Ferniani).
Il secolo XVIII continuò con più incisività questo processo di sostituzioni e riedificazioni ad opera della oligarchia religiosa e civile, che poteva operare grazie alle rendite dei patti agrari che vennero inaspriti. Le opere, a cui lavorarono soprattutto capomastri locali, sono numerosissime. Per l’edilizia religiosa vanno annoverate le chiese di S. Agostino (1720-21), S. Umiltà (1741), S. Francesco (1746-54), S. Domenico (1761-65) e S. lppolito (1771-75) e per l’edilizia civile i palazzi Zanelli (1745), Bertoni(1745), Severoli (1780) e Ferniani (1750).
Nell’ultimo quarto del secolo si formò a Faenza una committenza nobiliare culturalmente aggiornata e di tendenze ideologiche filofrancesi, che pemetterà all’avanguardia neoclassica, guidata dagli architetti Giuseppe Pistocchi e Giovanni Antonio Antolini, dal pittore Felice Giani e dal plasticatore Antonio Trentanove, di legare le nuove istanze culturali alle aspirazioni egualitarie e borghesi.
Le prime opere prodotte in questo rinnovato clima culturale furono la palladiana chiesa di S. Domenico, il palazzo Laderchi(1781) di Francesco Tadolini ed il Teatro Comunale (1781) di G. Pistocchi. La felicissima stagione neoclassica faentina continuò con altre opere di G. Pistocchi quali palazzo Gessi (1786), palazzo Conti (1786), casa Pistocchi (1787), palazzo Morri (1810, Galleria della Molinella (1785) attergato di palazzo Bandini-Spada (1780) e culminò con la costruzione di Palazzo Milzetti(1795-1802), che costituisce la più alta e compiuta espressione dell’arte neoclassica a Faenza e vide la collaborazione anche di G.A. AntoliniF. GianiA. Trentanove e dei fratelli Ballanti Graziani.
La successiva fase politica della restaurazione raccolse in parte l’eredità neoclassica e ne sviluppò gli aspetti formali: si costituì un cospicuo numero di opere civili, con le quali si contribuì a definire il volto attuale della città, dai caratteri non eclatanti, ma misuratissimi. Si chiuse così la stagione della più originale architettura faentina. Negli ultimi cento anni essa ha risentito assai poco dei fenomeni dell’eclettismo e delle nuove forme di architettura, rimanendo pressoché inalterata fino alla seconda guerra mondiale.
Oggi Faenza è conglobata in quell’unicum edilizio che corre lungo la via Emilia, ma ha sempre mantenuto la sua matrice ordinata, geometrica e misurata e una sobrietà di origine classica che ne costituisce ancora il carattere peculiare.